venerdì 30 settembre 2011
mercoledì 3 agosto 2011
Carrie e le sue dirtypillows…
… che in italiano sono diventate sporchetette (come se fosse stata una parola sola).
E qui comincia il nostro viaggio tra le traduzioni dei romanzi di King in italiano, impresa in cui si sono cimentati diversi traduttori, con maggiore o minore successo.
E qui comincia il nostro viaggio tra le traduzioni dei romanzi di King in italiano, impresa in cui si sono cimentati diversi traduttori, con maggiore o minore successo.
Carrie è il primo romanzo di King e il suo stile era ben diverso da quello attuale. Più rozzo, forse, più diretto. Uno scrittore non ancora convinto dei propri mezzi.
Questo stile è stato ben riprodotto da Brunella Gasperini nel suo lavoro svolto per la Bompiani nel 1977, tre anni dopo l'uscita americana.
Questo stile è stato ben riprodotto da Brunella Gasperini nel suo lavoro svolto per la Bompiani nel 1977, tre anni dopo l'uscita americana.
Se state leggendo questo articolo, sicuramente avrete letto il libro, se non lo avete fatto, vi invito a farlo per due motivi: 1) è un gran bel libro, e nemmeno troppo grosso; leggero da leggere; 2) vi anticiperò diverse cose della trama, quindi state attenti!
E se avete letto il romanzo, saprete che si apre con la "parte prima - doccia di sangue" (nell'originale inglese un secco "Blood Sport") che inizia con un articolo di giornale in cui c'è un'aggiunta ("Non si hanno commenti diretti") e una leggerezza: il nome della protagonista scritto come "Carrie" fin da ora, mentre King, giustamente, lo riporta per intero (Carietta), trattandosi di un articolo di giornale. Ben poca cosa comunque, abituati ormai ad errori ben più gravi.
La traduzione della Gasperini va avanti per tutto il romanzo mantenendosi fedele allo spirito e soprattutto al tono dell'originale, adattando il suo italiano al ritmo di King, con un giusto equilibrio tra schiettezza espositiva e volgarità controllata.
Tra i personaggi, chi ha la peggio, in termini di resa, sono quelli che hanno un linguaggio più colloquiale e diretto, come Billy Nolan e Chris Hangersen, l'uomo del Kelly's e così via, e in alcuni passaggi iniziali, Miss Desjardin risulta meno secca e autoritaria… ma sono limiti della nostra lingua e non della traduttrice. Raramente l'originale è alleggerito e solo in un paio di occasioni manca qualcosa rispetto all'originale. Pensiamo per esempio al crudo passo in cui King ci schiaffeggia con gli scherzi subiti da Carrie in anni e anni, beh, in italiano inizia più o meno così:
La traduzione della Gasperini va avanti per tutto il romanzo mantenendosi fedele allo spirito e soprattutto al tono dell'originale, adattando il suo italiano al ritmo di King, con un giusto equilibrio tra schiettezza espositiva e volgarità controllata.
Tra i personaggi, chi ha la peggio, in termini di resa, sono quelli che hanno un linguaggio più colloquiale e diretto, come Billy Nolan e Chris Hangersen, l'uomo del Kelly's e così via, e in alcuni passaggi iniziali, Miss Desjardin risulta meno secca e autoritaria… ma sono limiti della nostra lingua e non della traduttrice. Raramente l'originale è alleggerito e solo in un paio di occasioni manca qualcosa rispetto all'originale. Pensiamo per esempio al crudo passo in cui King ci schiaffeggia con gli scherzi subiti da Carrie in anni e anni, beh, in italiano inizia più o meno così:
"C'erano stati tutti quegli anni: tutti quegli anni di facciamo il sacco
al letto da campo di Carrie * e nascondiamo da qualche parte
le sue mutande e mettiamole questa biscia in una scarpa…"
al letto da campo di Carrie * e nascondiamo da qualche parte
le sue mutande e mettiamole questa biscia in una scarpa…"
mentre l'originale inglese recitava:
"… let's short-sheet Carrie's bed at Christian Youth Camp and
I found this love letter from Carrie to Flash Bobby Pickett let's
copy it and pass it around and hide…"
I found this love letter from Carrie to Flash Bobby Pickett let's
copy it and pass it around and hide…"
mi sono preso la libertà di marcare con il grassetto la parte mancante e segnarla con un * in italiano.
La domanda è… Perché?
Censura?
La domanda è… Perché?
Censura?
E come si spiegherebbe il fatto che quando King ci dice che la Desjardin aveva vinto in una collegearchery competition in italiano ci viene detto solo "Vinto in una gara universitaria…"?
Sono piccolezze, certo… ma Perché?!
Sono piccolezze, certo… ma Perché?!
E, così come Carrie al posto di Carietta, più avanti Estelle Horan è direttamente Stella e in molti altri punti riferimenti diretti di King alla realtà americana vengono generalizzati. Quindi quando la stessa Stella si accende la seconda Virgina Slim viene generalizzato in una seconda sigaretta e quando assume "an odd pinched look, that is more like Lovecraft out of Arkham than Kerouac out of Southern Cal", in italiano si dice che "la sua faccia prende un'espressione diversa, tirata, angosciata, molto poco californiana."
Sintomi di mancato rispetto nella cultura di base e capacità di entrare in una realtà diversa dei lettori italiani? Una cosa che si potrebbe pensare della signora Gasperini quando parla di "Clave da ginnastica" traducendo "Softball bats"!
Ma, come dicevo, sono piccolezze, così come lo sono 400 morti invece di 200 (ma era preveggenza giustificata in un libro sulla telecinesi, visto che lo stesso King alla fine totalizza oltre 400 morti e 49 feriti) e la pressione sanguigna a 190-200 invece di 190-100. Piccolezze che non ammazzano lo stile globale di Carrie nella nostre lingua.
Piccole differenze e mancanze che non ci devono lasciar distrarre da una realtà concreta: e cioè che il King del 1974 è vivo e presente nella versione italiana del suo primo romanzo!
Ma dobbiamo parlare di merito della Gasperini o di demerito di King?
Sintomi di mancato rispetto nella cultura di base e capacità di entrare in una realtà diversa dei lettori italiani? Una cosa che si potrebbe pensare della signora Gasperini quando parla di "Clave da ginnastica" traducendo "Softball bats"!
Ma, come dicevo, sono piccolezze, così come lo sono 400 morti invece di 200 (ma era preveggenza giustificata in un libro sulla telecinesi, visto che lo stesso King alla fine totalizza oltre 400 morti e 49 feriti) e la pressione sanguigna a 190-200 invece di 190-100. Piccolezze che non ammazzano lo stile globale di Carrie nella nostre lingua.
Piccole differenze e mancanze che non ci devono lasciar distrarre da una realtà concreta: e cioè che il King del 1974 è vivo e presente nella versione italiana del suo primo romanzo!
Ma dobbiamo parlare di merito della Gasperini o di demerito di King?
Non per essere ipercritico (la traduzione di Carrie non lo merita affatto), ma vorrei sottolineare un ultimo punto prima di chiudere: laddove King osa e si intravedono le ombre del suo futuro, la Gasperini non lo segue. E non parlo solo dell'unico gioco di parole che in italiano non viene mantenuto (durante la dichiarazione di parità delle due coppie durante il ballo, l'annunciatore esclama al microfono "we've got a tie" e tra i mormorii di risposta della folla, George Dawson ribatte "Polka dots or striped?" suscitando le risate generali con il suo riferimento alle cravatte), ma di tutta la lettera finale, quella firmata Melia, che in inglese è scritta in uno stile non solo non letterario, ma zeppo di errori e caduto nello slang, che ricordano (o sarebbe meglio dire anticipano) la parlata di tanti personaggi del futuro kinghiano.
La Gasperini sarebbe quindi stata capace di rendere lo stile diretto e colloquiale di Dolores Claiborne? Avrebbe mantenuto la poesia di Hearts in Atlantis?
Ovviamente non c'è una possibile risposta a questa domanda… limitiamoci a ringraziare per questa buona traduzione di Carrie.
La Gasperini sarebbe quindi stata capace di rendere lo stile diretto e colloquiale di Dolores Claiborne? Avrebbe mantenuto la poesia di Hearts in Atlantis?
Ovviamente non c'è una possibile risposta a questa domanda… limitiamoci a ringraziare per questa buona traduzione di Carrie.
Antonio Cuomo
gargoyle@insideview.it
gargoyle@insideview.it
Brunella Gasperini. (da "Italiane del novecento")
Le ex ragazze degli anni Sessanta se la ricordano bene, Brunella Gasperini. La sua rubrica di piccola posta su Annabella è stata, in quegli anni, una sorta di collettivo virtuale e allargato che prefigurava i futuri gruppi di “autocoscienza” del femminismo militante. Uno spazio caotico, ma traboccante passione e vitalità, che consentiva alle donne un insolito esercizio di libertà di parola. Lei, dalla piccola foto in cima alla pagina, rivolgeva alle lettrici il suo sguardo materno, non privo di una benevola sfumatura ironica, all’ombra di occhiali giganteschi che coprivano il faccino minuto. Presenza essenziale e poco ingombrante, autorevole e per niente autoritaria, la Gasperini lasciava divampare le discussioni epistolari su temi come verginità, civetteria, contraccezione, ribellioni generazionali e conflitti familiari, esprimendo con fermezza la propria opinione, vibrante e incisiva, senza mai pretendere di offrire la parola conclusiva, il verdetto finale. Nel 1950 Bianca Robecchi, laureata in lettere classiche e già sposata con Adelmo Gasperini, inizia su Novella la sua carriera giornalistica, scegliendo uno pseudonimo che opera solo un piccolo slittamento semantico rispetto al nome vero: Candida. Ma quando trasloca ad Annabella decide di abbandonare le simbologie della purezza, e vira decisamente sul versante opposto, firmandosi Brunella. In questo innocuo cambiamento sono contenute, in realtà, la sua poetica e la sua politica. La purezza, per le donne, ha per lungo tempo crudamente coinciso con la verginità, identificata socialmente dai segni del pudore e della modestia. La Gasperini vuole rovesciare il canone, mettendo sotto accusa le apparenze per esaltare i contenuti, e cioè la limpidezza di intenti, l’onestà dei sentimenti. All’esteriorità convenzionale dei modelli femminili contrappone la rivelazione dell’autenticità interiore, di un’innocenza profonda vestita di panni insospettabili. I personaggi dei suoi racconti sono sempre dei diversi (blandamente, ma scandalosamente, diversi) che nascondono una generosità e una moralità più vere. «È facile essere angeli quando se ne hanno l’aspetto e la voce, quando si hanno miti occhi azzurri e un dolce sorriso» (L’estate dei bisbigli, Rizzoli 1956); invece gli angeli di Brunella sono ragazze tenebrose di incerte origini, nonni anarchici e semi-alcolizzati, biondone svampite, adolescenti ostici e trasgressivi. La sua narrativa si mantiene ancora dentro i confini del romanzo rosa, allargando però l’inquadratura. I riflettori non illuminano più soltanto la coppia, ma anche gli amici, i parenti, il contesto sociale: al conflitto sessuale si affianca quello generazionale, il rosa si ibrida con il romanzo di formazione. L’amore diventa rito iniziatico, passaggio verso l’età adulta, e la crisi amorosa rappresenta l’imbuto per uscire dall’adolescenza. È uno scarto notevole rispetto al rigido isolamento del classico loveworld, l’universo chiuso del rapporto a due; qui ad essere messo in discussione è il mondo dei padri, l’organizzazione della famiglia borghese e la sua scala di valori. Quello di Brunella Gasperini è un riformismo lucido e prudente, che non punta a sovvertire l’ordine familiare ma a rifondarlo, attraverso un rinnovamento sostanziale dei modelli. La famiglia è il cuore pulsante della sua narrativa, un mondo elastico e onnicomprensivo in cui sentimenti e risentimenti si rapprendono e si espandono, in cui tutti vengono accettati, contenuti, riassorbiti. Per questo i migliori scritti della Gasperini sono quelli più scopertamente autobiografici, in cui racconta di sé, delle sue case e dei suoi animali, dei figli e degli amici dei figli. La serie diaristica (Io e loro. Cronache di un marito; Lui e noi. Cronache di una moglie; Noi e loro. Cronache di una figlia; tutti pubblicati da Rizzoli tra il ’59 e il ’65, e poi raccolti nel ’70 nel volume Siamo in famiglia) adombra con chiarezza la vera famiglia Gasperini, sia pure trasfigurata secondo il codice tipico dell’autrice. C’è un padre iroso e burbero, che prende pesantemente in giro soprattutto la moglie («la scrittora») e il figlio («il mentecatto») ma è profondamente legato al suo piccolo nucleo e lo difende da ogni attacco esterno. C’è la figlia seria, taciturna e sognatrice, il figlio ribelle che suona il sassofono («il piffero», secondo l’ironico genitore), e poi la carovana multicolore di parenti e amici. Ma soprattutto c’è lei, la madre, descritta così: «Raggomitolata sul divano nel suo mare di lettere sparse, coi cani ai piedi, i gatti in grembo, stormi di uccellini trillanti intorno alla testa, ha l’aria di essere sordomuta, come sempre quando lavora o fa finta». È l’immagine di una donna pensante, indipendente, eppure in misteriosa relazione di scambio affettivo con tutto quel che la circonda, siano animali, figli o lettrici. In questo cerchio amoroso ogni differenza, anche quella di specie, viene annulla- ta, come sarà evidente nell’ultimo libro della Gasperini, il più amato, Una donna e altri animali (Rizzoli ’78). Franco Cordelli, con calore partecipe, l’ha definito «un romanzo scritto (senza sapere e tuttavia sapendo) sull’orlo del precipizio: vi si narra di una malattia che l’autrice crede superata e che verosimilmente non lo era (la Gasperini morirà l’anno dopo a 61 anni). Un romanzo scaturito da un’ansia, dunque pieno come un uovo, germinale, di ubriacante fertilità». Tutti i dolori di una vita, anche quelli sempre taciuti (come la morte del primo figlio, un neonato che teneva in braccio quando fu travolta dalla folla in fuga durante un bombardamento) fermentano, ribollono, in questo libro dove «tutto pulsa, tutto corre», dove nascite e morti si susseguono e ogni avvenimento è «gridato ad alta voce, detto a mezza voce, sussurrato tra sé e sé». Resta il dubbio su quanto, in questa scrittrice abituata a sciorinare i panni in pubblico e a offrirsi in piena luce, ci sia di artificio utopico e consolatorio, quanto la mite, ironica Brunella abbia usato l’autobiografia come finzione più intima e personale che letteraria, ritoccando sulla pagina la propria immagine e la propria vita matrimoniale per averne, di rimando, un po’ di sollievo. Una sua collega, Giulia Oliosi, l’ha dipinta così: «Era riuscita a dare un’immagine di sé svagata, allegra e innocente che reggeva. Quanto a lei, che non era affatto svagata, né allegra, né particolarmente innocente, avrebbe retto a lungo allo stress di quel lavoro e di quell’ambiente, guadagnandosi un’ulcera di cui infine sarebbe morta».
Eugenia Roccella
martedì 2 agosto 2011
Ricordo di Brunella
Se ne è andata così, in modo leggero, schivo, come era lei, Brunella Gasperini, tanto riservata quanto clamorosamente esplicita nel dire di se stessa, nel raccontarsi, in quello stupendo, ineguagliabile rapporto che seppe creare con tutti, donne, uomini e adolescenti di diverse generazioni. Per un quarto di secolo ci ha ascoltati e ci ha parlato, con una capacità di intuire situazioni e di leggere emozioni che ne fanno un caso unico nella storia della posta dei femminili. Leggeva ogni lettera, ne ricordava a distanza di tempo i contenuti e persino la grafia, riconosceva immediatamente chi le aveva scritto altre volte. E chi si era consegnato in quello scritto riceveva da lei una risposta che sapeva creare, e questo ci ha sempre stupiti, un rapporto quasi fisico, sì un legame profondo di amicizia, e stima. Scriveva della sua vita piena di dolori, di affetti perduti, di ribellioni, di lotte e di conquiste e quindi si proiettava nella nostra, senza mai prevaricare, senza toni perentori, tollerante ed al tempo stesso fermissima nelle proprie opinioni. Questo è stato il tratto specifico della sua complessa personalità e del suo temperamento: la civiltà dei rapporti, la tolleranza non compromissoria. Lei, antifascista, con quattro fratelli partigiani, con la giovinezza vissuta durante la guerra e un figlio che le morì tra le braccia durante un bombardamento, lei sapeva capire anche chi ideologicamente le era nemico. In un rapporto dialettico che l'aveva fatta crescere e maturare insieme alle centinaia di migliaia di donne che a lei si erano rivolte. Con una straordinaria capacità di armonizzare il quotidiano, il privato, con gli aspetti che ogni individuo vive nel collettivo. Ma fermiamoci qui. Rimangono le sue pagine. Dove il dialogo con la vita degli altri ci può ancora accompagnare. Anche questo fa parte della sua eredità.
Luciana Omicini
Cominciammo ad amarla col nome di Candida
Ventidue anni fa. Era minuta e magrissima, come sempre. Aveva i capelli un po' sforbiciati e vestiva, in un modo un po' imprevedibile. La vedevamo poco, al giornale, che era Novella, assai prima che divenisse Novella 2000 e stava attraversando un periodo fortunoso e fortunato di trasformazione. Da giornale tradizionalmente dedicato alla narrativa si stava timidamente aprendo a qualche nuovo interesse di attualità che strappasse le ragazze e le donne d'allora al puro svago di evasione per agganciarle alla quotidianità, alla vita. In quel giornale, la rubrica di gran lunga più letta era la doppia pagina di Candida. E Candida era Brunella Gasperini, che firmava le risposte alle lettrici con quello pseudonimo, ereditato anni prima da Camilla Cederna. lo curavo redazionalmente quelle pagine e Brunella talora mi sgridava (ero una giovane redattrice inesperta) perché, quadrando una bozza, le tagliavo una battuta. Mi sgridava per telefono perché, anche allora, viveva di telefono. Poi ci conoscemmo meglio. Parlavamo. Lei della casa sul lago, in Valsolda, la famosa casa rossa che divenne quasi protagonista di uno dei suoi romanzi, Le ragazze della villa accanto, la casa che veniva periodicamente ridipinta da tutta la famiglia, amici compresi, impegnati in allucinanti domeniche con scale, secchi di vernice e rulli da imbianchino. O della casa in città, nella quale il compagno della sua vita aveva costruito una libreria utilizzando delle cassette per la verdura. O dei figli, o dei personaggi dei suoi romanzi: il famoso “ Carîsna” di cui s'innamorarono tutte le sue lettrici, o il « terrone » immigrato a Milano dalle Puglie, così povero che mangiava pane e margarina ma suonava la tromba come un angelo, il ragazzo disperato delle « Note blu » innamorato di una donna bionda che, ahinoi, aveva un passato. Eravamo agli inizi degli anni Sessanta e le sue storie, pur entro certi limiti che imbavagliavano la narrativa per le donne, avevano un'aderenza alla realtà, una incisività di linguaggio, una verità psicologica, un tocco leggero che le preservava dal pericolo dei sentimentalismi, uno humour di tipo nostrano, ma sottile e caldo, immediato, sempre godibile. È di lei donna giovane, di lei scrittrice di romanzi che voglio parlare, ricordandola. Perché i suoi racconti di famiglia e i suoi romanzi avevano uno stacco di qualità, rispetto alla cosiddetta narrativa rosa. Ripensandoli, sono un affresco della nostra giovinezza, della nostra quotidianità di allora, del nostro modo ingenuo, integrale, colpevolizzato, drammatico e pur baldanzoso di calarci nelle emozioni, di vivere l'amore sempre con la maiuscola, perché così ci avevano insegnato, altrimenti che amore era. E Brunella, narratrice, criticava dall'interno questi e altri miti, gli faceva il verso senza però depauperarci mai di quei valori profondi in mancanza dei quali ci saremmo sentite sgomente. Un lungo cammino anche per lei, che è cresciuta insieme alle sue opere, insieme alle duecentocinquantamila lettere ricevute, alle migliaia e migliaia di telefonate cui rispondeva con pazienza o bruschezza, sincerità e comprensione, con la voce commossa o la battuta tagliente. Di lei amavo, e condivido, la fiducia nella parola. Non si arrendeva mai quando pensava che la parola potesse analizzare,chiarire, aiutare. Non era consolatoria, era lucida nel suo dire e nel suo scrivere. Aveva appreso dal dolore che solo la verità e la chiarezza rendono liberi interiormente, e a questo stimolava le sue lettrici sia rispondendo nella posta, sia nelle sue storie. Quando mi regalò il suo ultimo romanzo, con una dedica schiva, dall'espressione tipicamente lombarda: « Alla Gabriella, con la mia amicizia », mi accorsi che questo libro lei lo viveva, ormai stampato e licenziato per il mondo, come un figlio che aspettava venisse riconosciuto dagli altri. « Perché è diverso, capisci?, dagli altri », mi diceva in lunghi colloqui che sono, veramente, i nostri ultimi incontri, « perché ci ho messo qualcosa che non saprei dirti ». Una profondità, una sprezzatura, una rabbia che le erano consuete ma che, questa volta, erano giunte alla radice di sé. Si era consegnata, lei che confessava: « Non sono più capace di scrivere se non in prima persona, non mi viene ». Sperava che la critica non la ignorasse come aveva fatto per tutti gli altri suoi libri. E questa volta le recensioni apparvero e furono positive e talora polemiche, ma bene, bene, purché fossero. Non era il successo che rincorreva (e poi l'aveva avuto era notissima e i suoi libri si vendevano come pane) ma il riconoscimento che lei era qualcuno, benché donna, che con la penna viveva, si esprimeva, si realizzava. Il suo bisogno di esistere come scrittore. L'ultima volta che ci vedemmo, poco prima di Capodanno, era felice. « Sai, sono in testa alla classifica di vendite col mio libro. Alla fine sono sempre i lettori che ti ripagano ». Appena in tempo.
Gabriella Magrini
LA SIGNORA DEL CUORE
Il divorzio non esisteva, la convivenza era uno scandalo, parlare di contraccettivi un reato che l'articolo 553 del codice penale puniva con un anno di reclusione e 400 mira lire di multa. Nessun giornale femminile aveva mai pubblicato la parola "utero". In compenso, i figli senza padre venivano comunemente definiti "bastardi", e "svergognate" e "ragazze perdute" ricorrevano nel lessico censorio. La donna che non si sposava (zitella) era una "spostata" e quella separata evocava d'istinto giudizi negativi e sinonimi dal sapore equivoco: donna anomala, disponibile, spregiudicata.
E' in quell'Italia di inizio anni Cinquanta che nasce il fenomeno Brunella Gasperini. E' una trentenne sposata e madre di due bambini piccoli che, scordata in un cassetto la laurea in lettere, a un certo punto decide di "fare qualcosa" e comincia ad inviare racconti ai giornali femminili. Il primo glielo pubblica Novella, il secondo Annabella. Sono storie di tenera e ordinaria quotidianità che contrastano con le trame passionali e drammatiche dell'epoca e che le valgono una immediata popolarità.
E' in quell'Italia di inizio anni Cinquanta che nasce il fenomeno Brunella Gasperini. E' una trentenne sposata e madre di due bambini piccoli che, scordata in un cassetto la laurea in lettere, a un certo punto decide di "fare qualcosa" e comincia ad inviare racconti ai giornali femminili. Il primo glielo pubblica Novella, il secondo Annabella. Sono storie di tenera e ordinaria quotidianità che contrastano con le trame passionali e drammatiche dell'epoca e che le valgono una immediata popolarità.
DUE SACCHI PIENI DI LETTERE
Sull'onda di quel successo approda alla POSTA DEL CUORE. Brunella va in redazione per ritirare le prime lettere e trova due sacchi pieni. E' un impatto esaltante, ma anche sconvolgente, con la realtà di un universo femminile che per la prima volta sembra materializzarsi con storie di sofferenze, ribellioni e inquietudini sommerse.
Le scrivono giovanissime e anziane, madri e figlie, mogli e amanti: si fidano di lei e Brunella non tradisce la loro fiducia. Denuncia, ríbellati, vivi la tua vita, chiedi la separazione, va a convivere, scrive.
Ora la casa editrice Baldini & Castoldi pubblica una scelta di quelle lettere e di quelle risposte, scritte tra il 1954 e il 1979: il volume si intitola "Più botte che risposte". (lire 26.000 pagg. 264).
Seguiranno "L'estate dei bisbigli" e altri cinque romanzi della Gasperini.
Il rapporto che Brunella intrattiene con le lettrici rappresenta la rottura con i tabù e le ipocrisie dell'epoca, ma anche la nascita di una nuova e ferrea morale: è bene tutto ciò che può renderci felici o sottrarci alla sofferenza, è male tutto ciò che otteniamo sacrificando la nostra dignità e il rispetto per gli altri.
Non tutti capivano questo. Le sue risposte erano di rottura anche quando esortavano alla sopportazione e alla rinuncia: vi furono sacerdoti che la contestarono (persino dal pulpito!) e benpensanti che le inviarono lettere di minaccia. Una volta finì addirittura in cronaca: ricevette un pacco che conteneva un ordigno esplosivo. Un'altra volta una sedicente "mamma amica" le inviò a casa una torta che conteneva un antiparassitario letale. Quello che molti non le perdonavano era anche l'ironia, dote a quei tempi non accreditata alle donne. Brunella aveva un senso dell'umorismo eccezionale, grazie al quale esorcizzava e superava i propri limiti. Se fu la prima giornalista-scrittrice ad affrontare i temi della tossicodipendenza, dell'aborto, dell'emancipazione sessuale, fu anche la prima a cogliere i lati comici della routine, dell'amore sacrificale, dei conflitti tra genitori e figli, delle prepotenze del marito-macho. Nelle sue lettere parlava spesso di se stessa, del suo matrimonio, dei suoi figli, dei suoi mille acciacchi: lo faceva con tenerezza e umiltà.
Ammettendo di essere una madre imperfetta e una moglie scomodissima.
Le scrivono giovanissime e anziane, madri e figlie, mogli e amanti: si fidano di lei e Brunella non tradisce la loro fiducia. Denuncia, ríbellati, vivi la tua vita, chiedi la separazione, va a convivere, scrive.
Ora la casa editrice Baldini & Castoldi pubblica una scelta di quelle lettere e di quelle risposte, scritte tra il 1954 e il 1979: il volume si intitola "Più botte che risposte". (lire 26.000 pagg. 264).
Seguiranno "L'estate dei bisbigli" e altri cinque romanzi della Gasperini.
Il rapporto che Brunella intrattiene con le lettrici rappresenta la rottura con i tabù e le ipocrisie dell'epoca, ma anche la nascita di una nuova e ferrea morale: è bene tutto ciò che può renderci felici o sottrarci alla sofferenza, è male tutto ciò che otteniamo sacrificando la nostra dignità e il rispetto per gli altri.
Non tutti capivano questo. Le sue risposte erano di rottura anche quando esortavano alla sopportazione e alla rinuncia: vi furono sacerdoti che la contestarono (persino dal pulpito!) e benpensanti che le inviarono lettere di minaccia. Una volta finì addirittura in cronaca: ricevette un pacco che conteneva un ordigno esplosivo. Un'altra volta una sedicente "mamma amica" le inviò a casa una torta che conteneva un antiparassitario letale. Quello che molti non le perdonavano era anche l'ironia, dote a quei tempi non accreditata alle donne. Brunella aveva un senso dell'umorismo eccezionale, grazie al quale esorcizzava e superava i propri limiti. Se fu la prima giornalista-scrittrice ad affrontare i temi della tossicodipendenza, dell'aborto, dell'emancipazione sessuale, fu anche la prima a cogliere i lati comici della routine, dell'amore sacrificale, dei conflitti tra genitori e figli, delle prepotenze del marito-macho. Nelle sue lettere parlava spesso di se stessa, del suo matrimonio, dei suoi figli, dei suoi mille acciacchi: lo faceva con tenerezza e umiltà.
Ammettendo di essere una madre imperfetta e una moglie scomodissima.
UN MODELLO INIMITABILE
Dopo la sua morte, toccò a me ereditare su Annabella la sua rubrica. Per i primi mesi, la maggior parte delle lettere che ricevetti esprimevano grandi dubbi sulla mia capacità di potermi confrontare con lei. Furono i dubbi che mi accompagnarono per i quattro anni e mezzo di quell'esperienza. Sicuramente la più faticosa, perché dietro ogni risposta c'era un'eredità di rigore e di scrupolo unita alla certezza di inseguire un modello inimitabile.
Brunella di fatto è stata e rimane un fenomeno irripetibile. Sono passati 18 anni dalla sua morte e tante cose sono cambiate nella coppia, nella società, nelle leggi, nel costume. Oggi esistono le donne manager, le donne single, le amazzoni della libertà. "Separata" può essere il sinonimo di coraggiosa, le svergognate e i bastardi sono spariti dal lessico, si è finalmente acquisito che può esservi l'amante nobile e la moglie indegna.
E sono cambiate anche le lettere: si scrive ai giornali più per raccontarsi e avere conferme che per chiedere aiuto, forti di temerarietà e sicurezza che le interlocutrici di Brunella Gasperini non potevano avere. Eppure, rileggendo le sue risposte di allora, si prova una sensazione di straordinaria attualità. E le analisi più ironiche, le esortazioni più giuste sono quelle che ci ha lasciato lei. Noi donne siamo superiori al maschio, diceva, e per questo ci toccherà sempre abbozzare, scegliere, pagare...
Brunella di fatto è stata e rimane un fenomeno irripetibile. Sono passati 18 anni dalla sua morte e tante cose sono cambiate nella coppia, nella società, nelle leggi, nel costume. Oggi esistono le donne manager, le donne single, le amazzoni della libertà. "Separata" può essere il sinonimo di coraggiosa, le svergognate e i bastardi sono spariti dal lessico, si è finalmente acquisito che può esservi l'amante nobile e la moglie indegna.
E sono cambiate anche le lettere: si scrive ai giornali più per raccontarsi e avere conferme che per chiedere aiuto, forti di temerarietà e sicurezza che le interlocutrici di Brunella Gasperini non potevano avere. Eppure, rileggendo le sue risposte di allora, si prova una sensazione di straordinaria attualità. E le analisi più ironiche, le esortazioni più giuste sono quelle che ci ha lasciato lei. Noi donne siamo superiori al maschio, diceva, e per questo ci toccherà sempre abbozzare, scegliere, pagare...
Maria Venturi
giovedì 28 luglio 2011
Brunella Gasperini. La rivoluzione sottovoce. su IBS
Raga', tutti mi dicono che la biografia scritta da Marina Tommaso "non si trova, non c'è più da nessuna parte", ma pare che su IBS sia ancora disponibile... vedete un po'...
mercoledì 27 luglio 2011
Ricordo di Brunella
Parlare con le donne, come ha fatto per tanti anni nelle sue rubriche, ha confinato per sempre Brunella nella categoria B. E questo e` stato il grave errore della critica ufficiale, la costante amarezza della sua vita: quella critica sussiegosa che, salvo pochissime eccezioni, ha accantonato il suo libro "Una donna e altri animali", un bestseller neppure apparso nelle classifiche dei giornali, un ritratto di donna di fronte alle intemperie della vita, un misto di ricordi, dolori, amore per il prossimo e per gli animali (ci sono pagine sugli amati cani, sui suoi compagni gatti, degne di Colette), fiorito di un felicissimo lessico familiare, sorretto da quella vena che non l`ha mai abbandonata, cioe` l`ironia condita da altrettanta autoironia. Cosi` non si erano mai sottolineati l`intrepida grazia di un altro suo romanzo, "L`estate dei bisbigli", e l`irresistibile humour di "Io e loro", "Lui e noi", "Noi e loro", piu` volte ristampati, tradotti in varie lingue e infine raccolti in un unico volume, "Siamo in famiglia", un buffo e patetico carosello (il suo) fatto di genitori, figli, amici dei figli e bestie, naturalmente. Ingiustamente l`etichetta di "scrittrice rosa" le era rimasta appiccicata da sempre. Mentre a cominciare dalle sue prime rubriche, il rosa non era mai stato il suo colore.
In pieno regime democristiano, inclinato a destra e filofascista, mentre le altre piccole poste parlavano dell`angelo della casa che arriva con la zuppiera fumante e quel buon profumo ristabilisce un accordo turbato, mentre le donne in crisi erano dirette verso il porto tranquillo della religione, e discutevano se il vescovo doveva stare a capotavola e a destra la padrona di casa, l`intrepida Brunella spingeva le donne fustrate, tradite, innamorate di un uomo impossibile, verso la totale autonomia, spiegando che vivere sole non e` una maledizione, e senza mai far prediche parlava del lavoro che da` la liberta`, della dignita` acquistata smettendo di correr dietro al fidanzato o al marito fedifrago.Sempre indulgente con gli errori delle donne, lo era altrettanto coi giovani, approvando la loro ribellione ai tabu` tradizionali, incoraggiandoli a occuparsi di politica.
Sulle pagine spesso frivole e disimpegnate dei rotocalchi femminili, benche` talvolta guardata male dai direttori, lei fece la sua brava campagna a favore del divorzio e, prima di ogni altra, parlo` dell`aborto, mai suggerito o consigliato, pero` "meglio pensarci e non averlo un figlio non desiderato o di troppo".
Antifascista, consigliava di votare a sinistra, attacco` chi attaccava Valpreda, difese l`innocenza di Pinelli. Critico` tanto il contegno di alcuni papi come certe iniziative della chiesa spesso prevaricatrice: il suo ultimo pezzo era contro le posizioni retrive del cardinal Benelli.Le scrivevano anche molti uomini, alcuni per rimproverarle le idee politiche, la solidarieta` coi ragazzi del 68, la non lapidazione delle adultere. Ma molte lettrici uscite per merito suo da un guscio asfissiante e che, sempre per merito suo, avevano orientato in modo dignitoso la loro vita, le diventarono amiche; erano madri di famiglia, ragazze e anche qualche prostituta (di una di queste, di grande bellezza e anche molto intelligente, fu poi testimone di nozze). Un solo rimorso in questo campo: una moglie disperata le aveva scritto che non ne poteva piu` della crudelta` del marito che la picchiava a sangue insieme ai bambini. Brunella le rispose di rivolgersi ai carabinieri: quella ci ando` e, subito dopo, il marito si vendico` ammazzandola.Lavoratrice accanita, partecipe appassionata delle vicende delle sue interlocutrici, Brunella era spesso ammalata, ma ironizzava sempre quando parlava dei suoi mali, delle sue somatizzazioni di amarezze, inquietudini e stanchezza. Usava ripetere che lei, cosi` capace di rispondere agli altri, per quel che la riguardava mancava totalmente di buon senso, e in una famiglia difficile, folcloristica e anticonvenzionale, si lamentava di non aver mai raggiunto l`autonomia che suggeriva tanto alle sue lettrici.Detestava quello che lei chiamava il "melo`", cioe` sospiri, lamenti e autocompassione: aveva la scrivania sormontata da grandi cartelli scritti da lei o dai figli che la prendevano in giro. Finche` scrisse anche il suo epitaffio:Mettete le mie ceneri
sotto il mio gelsomino
e scrivete sull`urna:
viaggio` tutta la vita
intorno a un tavolo
Ma tutt`a un tratto lo trovo` un po` "melo`" e vi aggiunse:
Senza per altro combinare un cavolo.
Camilla Cederna
In pieno regime democristiano, inclinato a destra e filofascista, mentre le altre piccole poste parlavano dell`angelo della casa che arriva con la zuppiera fumante e quel buon profumo ristabilisce un accordo turbato, mentre le donne in crisi erano dirette verso il porto tranquillo della religione, e discutevano se il vescovo doveva stare a capotavola e a destra la padrona di casa, l`intrepida Brunella spingeva le donne fustrate, tradite, innamorate di un uomo impossibile, verso la totale autonomia, spiegando che vivere sole non e` una maledizione, e senza mai far prediche parlava del lavoro che da` la liberta`, della dignita` acquistata smettendo di correr dietro al fidanzato o al marito fedifrago.
Sulle pagine spesso frivole e disimpegnate dei rotocalchi femminili, benche` talvolta guardata male dai direttori, lei fece la sua brava campagna a favore del divorzio e, prima di ogni altra, parlo` dell`aborto, mai suggerito o consigliato, pero` "meglio pensarci e non averlo un figlio non desiderato o di troppo".
Antifascista, consigliava di votare a sinistra, attacco` chi attaccava Valpreda, difese l`innocenza di Pinelli. Critico` tanto il contegno di alcuni papi come certe iniziative della chiesa spesso prevaricatrice: il suo ultimo pezzo era contro le posizioni retrive del cardinal Benelli.
sotto il mio gelsomino
e scrivete sull`urna:
viaggio` tutta la vita
intorno a un tavolo
Camilla Cederna
Prefazione a "Le note blu" (stralci)
Sono passati dieci anni dall`ultima volta che ho riletto Le note blu. Me lo ricordavo, eppure ho pianto moltissimo. E anche riso molto, naturalmente.
Se l`avessi detto a mia madre, se ne sarebbe come al solito stupita: non prendeva molto sul serio i suoi primi romanzi, anche se li amava ancora, segretamente.
Era affezionata ai personaggi (quasi tutti presi dal vero: Renzo delle Note blu potrebbe essere uno dei suoi fratelli, che come lui erano alti, laconici e accaniti giocatori di rugby), ma trovava che le storie fossero troppo chiuse in certi cliche`, obbligatori in quegli anni. Lei ne ha demoliti molti: quello della ragazza perduta, diversa, "cattiva", ad esempio; qui Tannie è descritta con evidente simpatia, si è portati a mettersi subito dalla sua parte, a giustificarla. Ma c`era un cliche`che lei diceva di odiare, e da cui non si era liberata mai: quello che lei definiva il raggio di sole, la necessità di un lieto fine anche per una vicenda tragica come quella di Renzo.
[...]
Nel suo ultimo romanzo d`amore, il suo prediletto, Rosso di sera, c`erano moltissime lacrime, ma, controvoglia, si era rassegnata a infilarci anche la solita ragazza-raggio-di-sole. Tra l`altro, Rosso e Federica di Rosso di sera sono gli eredi di Renzo e Tannie di Le note blu: un ragazzo borghese scontroso e troppo sensibile, innamorato della musica e in lotta con la famiglia, e una ragazza molto più navigata di lui, con un passato ambiguo, molte nevrosi e molti sensi di colpa.
Nelle Note blu il raggio di sole si chiama Mariolina ed è talmente buffa, insicura, confusionaria e disperatamente innamorata che è impossibile non amarla. Del resto il senso dell`umorismo e una certa apparente leggerezza sono sempre stati una caratteristica di tutta la nostra famiglia: e in particolare di mia madre, che ci ha insegnato che non c`è coraggio piu`grande dell`allegria.
Se l`avessi detto a mia madre, se ne sarebbe come al solito stupita: non prendeva molto sul serio i suoi primi romanzi, anche se li amava ancora, segretamente.
Era affezionata ai personaggi (quasi tutti presi dal vero: Renzo delle Note blu potrebbe essere uno dei suoi fratelli, che come lui erano alti, laconici e accaniti giocatori di rugby), ma trovava che le storie fossero troppo chiuse in certi cliche`, obbligatori in quegli anni. Lei ne ha demoliti molti: quello della ragazza perduta, diversa, "cattiva", ad esempio; qui Tannie è descritta con evidente simpatia, si è portati a mettersi subito dalla sua parte, a giustificarla. Ma c`era un cliche`che lei diceva di odiare, e da cui non si era liberata mai: quello che lei definiva il raggio di sole, la necessità di un lieto fine anche per una vicenda tragica come quella di Renzo.
[...]
Nel suo ultimo romanzo d`amore, il suo prediletto, Rosso di sera, c`erano moltissime lacrime, ma, controvoglia, si era rassegnata a infilarci anche la solita ragazza-raggio-di-sole. Tra l`altro, Rosso e Federica di Rosso di sera sono gli eredi di Renzo e Tannie di Le note blu: un ragazzo borghese scontroso e troppo sensibile, innamorato della musica e in lotta con la famiglia, e una ragazza molto più navigata di lui, con un passato ambiguo, molte nevrosi e molti sensi di colpa.
Nelle Note blu il raggio di sole si chiama Mariolina ed è talmente buffa, insicura, confusionaria e disperatamente innamorata che è impossibile non amarla. Del resto il senso dell`umorismo e una certa apparente leggerezza sono sempre stati una caratteristica di tutta la nostra famiglia: e in particolare di mia madre, che ci ha insegnato che non c`è coraggio piu`grande dell`allegria.
Nicoletta Gasperini
rapidi "aggiornamenti" del sito
la serie di post che pubblicherò ora sono la trascrizione di materiali presenti sul sito da tempo per ricreare qui la pagina "hanno detto di lei"
domenica 24 luglio 2011
Ero io quella
Ecco qui trasformate le scannerizzazioni in un vero ebook! Buttate via le fotocopie e stampatevi questo, se volete :o)
domenica 10 luglio 2011
Grazie lo stesso
Eccolo qui, ho ritrovato la chiavetta in cui era memorizzato e finalmente è online :o)
mercoledì 4 maggio 2011
Le ragazze della villa accanto
eccolo qui nell'edizione del 1974 (che, ho controllato, è veramente diversa da quella originale); al solito, se avete problemi leggete bene qui
mercoledì 27 aprile 2011
nuovi libri
tadaaaaà...
tra poco arriverà la versione testo (basta fotocopie!!!!) di " Le ragazze della villa accanto" e... (rullo di tamburi...)
"Grazie lo stesso" che ancora non avevamo :o)
tra poco arriverà la versione testo (basta fotocopie!!!!) di " Le ragazze della villa accanto" e... (rullo di tamburi...)
"Grazie lo stesso" che ancora non avevamo :o)
martedì 22 marzo 2011
nata il...
questo me lo ha fornito la gentilissima GraZia, a proposito, cliccateci sopra e troverete una sua pagina su Brunella...
domenica 15 agosto 2010
Brunella in un video del 1969
Uno spezzone di un dibattito televisivo del 1969, "Contro campo", moderato da Enzo Forcella.
Nel filmato parlano Luciana Peverelli, Brunella Gasperini e una giovanissima Patrizia Carrano (di cui leggete qui l'unica intervista a Brunella).
Brunella da 1.05 a 1.22
Vogliamo anche le rose
dal film documentario di Alina Marazzi "Vogliamo anche le rose"
il pezzo con Brunella va da 5.14 a 7.08
Nicoletta parla da 6.27 a 6.47
sabato 14 agosto 2010
Brunella Gasperini. La rivoluzione sottovoce (la biografia scritta da Marina Tommaso)
L'unico libro dedicato interamente a Brunella: una lettura imperdibile (se si ha il coraggio di sapere tante piccole e grandi cose che magari ci possono forse fare anche un po' male) per tutti noi appassionati lettori, scritto ovviamente da un'altrettanto appassionata lettrice: Marina Tommaso (docente di italiano e latino in un liceo classico di Roma, da sempre interessata agli studi linguistici, collabora con riviste e periodici, si sta occupando di Pari Opportunità, di progettazione didattica e di codici e linguaggi, in particolare del romanzo, del cinema e del teatro).
Nel libro troverete la biografia (tracciata con l'aiuto del figlio) e un'analisi dettagliata di tutti i romanzi (e gli altri scritti) di Brunella (anche se c'è un errore nella sistemazione cronologica di Rosso di sera); il tutto collocato nel periodo storico che ha visto la trasformazione del ruolo della donna nella nostra società.
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Più botte che risposte
LA SIGNORA DEL CUORE (di Maria Venturi)
Il divorzio non esisteva, la convivenza era uno scandalo, parlare di contraccettivi un reato che l'articolo 553 del codice penale puniva con un anno di reclusione e 400 mila lire di multa. Nessun giornale femminile aveva mai pubblicato la parola "utero". In compenso, i figli senza padre venivano comunemente definiti "bastardi", e "svergognate" e "ragazze perdute" ricorrevano nel lessico censorio. La donna che non si sposava (zitella) era una "spostata" e quella separata evocava d'istinto giudizi negativi e sinonimi dal sapore equivoco: donna anomala, disponibile, spregiudicata.
È in quell'Italia di inizio anni Cinquanta che nasce il fenomeno Brunella Gasperini. È una trentenne sposata e madre di due bambini piccoli che, scordata in un cassetto la laurea in lettere, a un certo punto decide di "fare qualcosa" e comincia ad inviare racconti ai giornali femminili. Il primo glielo pubblica Novella, il secondo Annabella. Sono storie di tenera e ordinaria quotidianità che contrastano con le trame passionali e drammatiche dell'epoca e che le valgono una immediata popolarità.
DUE SACCHI PIENI DI LETTERE
Sull'onda di quel successo approda alla POSTA DEL CUORE. Brunella va in redazione per ritirare le prime lettere e trova due sacchi pieni. È un impatto esaltante, ma anche sconvolgente, con la realtà di un universo femminile che per la prima volta sembra materializzarsi con storie di sofferenze, ribellioni e inquietudini sommerse.
Le scrivono giovanissime e anziane, madri e figlie, mogli e amanti: si fidano di lei e Brunella non tradisce la loro fiducia. Denuncia, ribellati, vivi la tua vita, chiedi la separazione, va' a convivere, scrive.
Ora la casa editrice Baldini & Castoldi pubblica una scelta di quelle lettere e di quelle risposte, scritte tra il 1954 e il 1979: il volume si intitola "Più botte che risposte". (lire 26.000 pagg. 264).
Seguiranno "L'estate dei bisbigli" e altri cinque romanzi della Gasperini.
Il rapporto che Brunella intrattiene con le lettrici rappresenta la rottura con i tabù e le ipocrisie dell'epoca, ma anche la nascita di una nuova e ferrea morale: è bene tutto ciò che può renderci felici o sottrarci alla sofferenza, è male tutto ciò che otteniamo sacrificando la nostra dignità e il rispetto per gli altri.
Non tutti capivano questo. Le sue risposte erano di rottura anche quando esortavano alla sopportazione e alla rinuncia: vi furono sacerdoti che la contestarono (persino dal pulpito!) e benpensanti che le inviarono lettere di minaccia. Una volta finì addirittura in cronaca: ricevette un pacco che conteneva un ordigno esplosivo. Un'altra volta una sedicente "mamma amica" le inviò a casa una torta che conteneva un antiparassitario letale. Quello che molti non le perdonavano era anche l'ironia, dote a quei tempi non accreditata alle donne. Brunella aveva un senso dell'umorismo eccezionale, grazie al quale esorcizzava e superava i propri limiti. Se fu la prima giornalista-scrittrice ad affrontare i temi della tossicodipendenza, dell'aborto, dell'emancipazione sessuale, fu anche la prima a cogliere i lati comici della routine, dell'amore sacrificale, dei conflitti tra genitori e figli, delle prepotenze del marito-macho. Nelle sue lettere parlava spesso di se stessa, del suo matrimonio, dei suoi figli, dei suoi mille acciacchi: lo faceva con tenerezza e umiltà.
Ammettendo di essere una madre imperfetta e una moglie scomodissima.
UN MODELLO INIMITABILE
Dopo la sua morte, toccò a me ereditare su Annabella la sua rubrica. Per i primi mesi, la maggior parte delle lettere che ricevetti esprimevano grandi dubbi sulla mia capacità di potermi confrontare con lei. Furono i dubbi che mi accompagnarono per i quattro anni e mezzo di quell'esperienza. Sicuramente la più faticosa, perché dietro ogni risposta c'era un'eredità di rigore e di scrupolo unita alla certezza di inseguire un modello inimitabile.
Brunella di fatto è stata e rimane un fenomeno irripetibile. Sono passati 18 anni dalla sua morte e tante cose sono cambiate nella coppia, nella società, nelle leggi, nel costume. Oggi esistono le donne manager, le donne single, le amazzoni della libertà. "Separata" può essere il sinonimo di coraggiosa, le svergognate e i bastardi sono spariti dal lessico, si è finalmente acquisito che può esservi l'amante nobile e la moglie indegna.
E sono cambiate anche le lettere: si scrive ai giornali più per raccontarsi e avere conferme che per chiedere aiuto, forti di temerarietà e sicurezza che le interlocutrici di Brunella Gasperini non potevano avere. Eppure, rileggendo le sue risposte di allora, si prova una sensazione di straordinaria attualità. E le analisi più ironiche, le esortazioni più giuste sono quelle che ci ha lasciato lei. Noi donne siamo superiori al maschio, diceva, e per questo ci toccherà sempre abbozzare, scegliere, pagare...
prefazione all'edizione Baldini & Castoldi 1997
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Così la penso io
Impressioni su fatti persone e problemi di tutti i giorni
NOTA INTRODUTTIVA
È amaro dover scrivere quello che sto scrivendo adesso, adesso che Brunella Gasperini se n'è andata per sempre: è amaro e ingiusto. Ricordo infatti che pochi anni fa, finita una rubrica cosiddetta di relax su un cosiddetto settimanale politico e maschile, proposi che la Gasperini ogni settimana lì sopra dicesse la sua. In venticinque anni sui giornali femminili aveva risposto a circa duecentocinquantamila lettrici e lettori, e da sempre la sua era stata la voce del coraggio, dell'anticonformismo, non del solito vieto buon senso; mai una risposta tirata via, ovvia, convenzionale, ma sempre una partecipazione totale e generosa, un calmo umorismo tutto suo particolare, e, quel che è più raro, una costante autoironia.
Attraverso le sue risposte la Gasperini aveva vissuto venticinque anni di problemi giovanili, aveva capito il '68, aveva fatto giuste scelte politiche, correndo spesso il rischio di farsi tirar le orecchie o addirittura censurare dai direttori sui problemi del divorzio (per il quale aveva fatto la sua brava campagna), dell'aborto e della droga. Con le risposte a tutte quelle lettere è come se avesse scritto un grande romanzo di costume, con tutte le norme di ogni generazione, problemi d'amore, sesso, politica, e via via, tutto quello che di anno in anno nel mondo andava succedendo, raccontato con la sua intelligenza di donna bennata, appartenente a una divertente famiglia, composta oltretutto da dilettissimi animali (compreso un merlo parlante), tutti parte integrante del suo folcloristico entourage.
Ebbene, il nome della Gasperini che su quel tal giornale politico e maschile era stato fatto a proposito dei suoi inserti nella rubrica della posta dal titolo "Così la penso io" (fatti di cronaca, di politica, di costume), che sarebbero andati benissimo nella parte rimasta libera, non venne accettato per la sua appartenenza al "giornalismo rosa". Frutto di ignoranza, perché nessuno dei direttori o caporedattori aveva mai letto niente di lei, e se per caso aveva dato un'occhiata a qualcuno dei pezzi mandati come campione, forse li aveva trovati troppo chiari: forse i big del giornale eran rimasti traumatizzati dal fatto che scrivendo di politica qualche volta uno potesse anche far dello spirito. O forse non gli pareva serio che una firmasse Brunella? Tutto può darsi. Certo scriveva in modo molto diverso da come scrivevano i politologi, i sociologi, gli psicologi che brillavano su quelle belle pagine patinate, analizzando con dotti e spesso difficili riferimenti tanto il terrorismo come la coppia aperta, tanto il travoltismo che l'aumento della disoccupazione.
Camilla Cederna
nota introduttiva alla prima edizione, luglio 1979
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